The life of David Gale


RECENSIONE DEL FILM

Non lasciatevi fuorviare dall’etichetta “thriller” che il film ha.
La sceneggiatura, che prima di essere scoperta da Alan Parker rimase per anni a prendere polvere negli scaffali degli studios hollywodiani, l’ha scritta un professore di filosofia di Vienna, alla sua prima esperienza nel campo del cinema.
Per questo il film ha spesso dialoghi con rimandi alla filosofia, con lo stesso protagonista David Gale che ne è stimato professore in materia.
La storia ce lo presenta dalle brillanti lezioni all’università (riprese veramente tra veri studenti di un un’università texana), alla sua decadenza totale, fino a finire nel braccio della morte accusato di omicidio e stupro di una sua collega.

Interessante il metodo narrativo. Il film inizia con una salto temporale legato alla fine della vicenda, per tornare indietro di alcuni giorni in una redazione di un giornale, e inserire a sua vota dei flash-back a 6 anni prima.
Originale l’attivazione di questi lunghi flashback, non con la solita dissolvenza ma con un montaggio che fa girare la macchina da presa su se stessa, e l’inserimento di parole subliminali in montaggio. Il nostro punto di vista da spettatori è quello della giornalista protagonista (crederemo all’innocenza o colpevolezza del professore Gale, di pari passo a Kate Winslet), ma nel finale anche di un narratore onniscente/super partes, che ci trasporta in luoghi dove la giornalista non potrà essere.
Il regista da quindi più informazioni narrative allo spettatore che alla protagonista del film, sopra tutto per innescare un dibattito e far riflettere. Direi che ci riesce egregiamente.

Grandi gli attori protagonisti dalla Winslet a sopra tutto Kevin Spacey, nella parte del condannato a morte, dell’ubriaco (la scena girata per strada è tra veri passanti a Austin, senza che sapessero che Spacey stesse recitando), del padre di famiglia… Grandioso e credibile anche nel finale, coerente con il suo personaggio, che credeva e insegnava ideali.
Dai dialoghi filosofici (si cita il processo a Socrate) e da una simbolica posizione del Professor Gale sdraiato sul prato di casa, inquadrato con la camera a piombo (cioè perpendicolare al terreno), si può anticipare il finale del film… osservate.

Non giudicatelo solo come un film che parla della pena di morte, lo stesso Alan Parker ne se raccomanda in un intervista. Come in altre occasioni, Parker dirige una pellicola impegnata politicamente e socialmente, temi che affiorano anche nei film apparentemente più leggeri del regista (amo moltissimo “The Commitments”). Ma rispetto a “Mississippi Burning”, solo per citare un film di grande impatto, “The life of David Gale” risulta meno ruvido. “Si tira di fioretto piuttosto che di sciabola”, ha detto un critico.
La colonna sonora è buona (una prerogativa dei film di Parker) ed è realizzata dai due figli musicisti del regista. Bella la canzone finale dei titoli di coda, con un modo di cantare cupo, quasi strozzato.

E’ un film da vedere, non certo un clone di “Dead man walking”.

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