Le migliori città per vivere in Brasile, secondo me.


Stanco di vivere in Acre – stato Brasiliano che può piacere a chi è fazendero o biologo, ma che in me non ha mai trovato un grande appeal – ho cominciato a ricercare nuovi posti in Brasile dove poter trasferire “armi e bagagli”.
Da uomo di marketing, ho fatto prima ricerche com l’indice di sviluppo umano delle varie città in Brasile e valutato il tipo di clima più congeniale alla mia famiglia.

Iniziale piano di viaggio
Iniziale piano di viaggio

Ho pianificato un viaggio questo agosto 2013, che ho chiamato Look&Choose Tour, per visitare direttamente alcuni di questi posti. Ho escluso Porto Alegre (bella città), perchè l’avevo già visitata 3 anni fa, ed altre città che non avrebbero ottimizzato spostamenti lineari. Alla fine, in 17 giorni ho potuto vedere: Florianopolis, Joinville, Curitiba e São Paulo. Viaggiando da solo, mi sono avalso di Couchsurfing, il sito web nel quale si può trovare ospitalità gratuita: è stata un ottima risorsa che mi ha fatto conoscere persone interessanti.

Ritornato in Acre, ho relazionato Nadir, la mia sposa, sul viaggio: ho redatto la mia classifica di città più appetibili per un trasferimento.

1) Curitiba – il clima tende al freddo la sera/notte; é una grande città dalla connotazione europea, lavoratrice, organizzata, pulita. Non ho riscontrato gente “chiusa”, come qualcuno dice. Spazi urbani con parchi molto attraenti. L’aria è ottima da respirare. Strategicamente in mezzo e vicina a San Paolo, Florianopolis e mare. Secondo me Curitiba ç ala città più italiana del Brasile.

2) Florianopolis – la città è su un isola com paesaggi e spiagge bellissime, ma forse l’estate ha temperature un pò troppo afose per i miei gusti e diventa disorganizzata per il grande afflusso di turisti. L’isola unisce aspetti da “interior do Brasil” (campagna) con zone, piene di palazzi lato mare, tipo Maimi. La città vive prevalentemente di servizi, pochissima industria: l’aria è ottima da respirare.

3) Joinville – sembra un grande quartiere di Monaco di Baviera, sicuramente è organizzata, la chiamano la città delle biciclette. Facile fare una gita al mare, che è vicino. Piove troppo spesso però. Non mi ha colpito più di tanto. Strategicamente in mezzo alle capitali Curitiba e Florianopolis.

4) Porto Alegre. Organizzata, non da l’idea di essere tutta palazzi e cemento. Popolo molto educato. Ma l’essere troppo al sud non è per me strategico, preferisco città più vicine a S. Paolo, dove tutto succede per il Brasile. Anche il possibile clima freddo, mi ha dato dubbi su quanto mia moglie Nadir si sarebbe potuta adattare.

5) São Paulo – qui c’è tutto, ma il problema della mobilità urbana non è da sottovalutare. Io c’ho messo 3 ore per tornare a casa di autobus alla sera. Per diventare stressati é una buona città…

Prima tappa del viaggio: Florianopolis, capitale dello Stato di Santa Caterina
Prima tappa del viaggio: Florianopolis, capitale dello Stato di Santa Caterina

Spero che queste mie personali valutazioni possano orientare altre persone e che attivino qui uno scambio di commenti.

Commercio del Vino Italiano in Brasile, 2 punti da considerare


L’ultimo aggiornamento di questo articolo è sul sito:
www.nicoladigrazia.com.br/marketing-commercio-vinoitalia-brasile/
Vino di Montecarlo-Lucca
Sulle colline di Montecarlo (Lucca), alla Fattoria Buonamico

post_ITNel 2010 ho avuto il mio primo approccio con il mercato del vino. Ero in vacanza nella mia amata Lucca e mi venne naturale pensare di importare vino toscano in Brasile. Trovai subito diversi produttori locali interessati, nella zona di Montecarlo, che mi fornirono campionario da far assaggiare oltreoceano.

Una volta tornato in Brasile scoprì che c’era mercato, sopratutto nel sud e sud-est del Brasile. Ma gli addetti ai lavori mi allertarano su 2  punti, per chi volesse entrare nel mercato del gigante latino-americano:

1) Difficoltà nel trovare un importatore brasiliano.

Divido questo punto in due:

A)Molte aziende italiane non riescono ad entrare perché generalmente si rivolgono sempre agli stessi grandi importatori / distributori, i quali, generalmente, hanno già da anni dei fornitori di vino italiano ed anche di qualità e non sono interessati a nuovi produttori. Quindi la scelta strategica è l’individuazione di canali d’importazione nuovi” – scrive Danilo su Linkedin.
Confermo quanto riportato, con la mia esperienza diretta alle risposte ottenute da un grosso importatore del sud del Brasile.

B) Difficile trovare un interlocutore serio.
Sia storicamente che oggi, il Brasile soffre di questa etichetta. É famosa la frase “Il Brasile non è un paese serio” attribuita a De Gaulle negli anni ’60.
Recentemente, partecipai ad un incontro di marketing, qui in Brasile, dove fu distaccato il concetto che essere seri in Brasile è oggi una grande “ousadia” , cioè un’audacia, una scelta di coraggio.
Sia questo vero o sia un preconcetto,  è una mina che aleggia alla fiducia necessaria in un dialogo di business.
L’indice di corruzione mondiale lascia sperare relativamente meglio (e poco vantarmi come italiano): nel 2011 il Brasile (73° posizione mondiale) era un paese più corrotto dell’Italia; nel 2012 il Brasile é arrivato alla 69 esima posizione,  mentre, aimè, la mia Italia va al 72° posto, lontano dai francesi al 22° posto, tedeschi al 13°.

Con questi principi, consiglio di partecipare ad eventi come Expovinis Brasil, ma rivolgersi sopratutto a piccoli importatori ed andare muniti di una ottima “lanterna”, come faceva chi di botti se ne intendeva, il Diogene che cercava l’uomo nell’antica Grecia…

2) Differenziarsi dai concorrenti.

Qui arrivo al punto cruciale del mio post. Aspetto cardine dell’entrare a commerciare vino in Brasile è il marketing. Ne concordano anche alla famosa scuola di marketing di São Paulo, la ESPM, offrendo un corso specifico.

Notare nella foto che il vino sembra molto freddo (“blasfemia”... per un buon vino rosso italiano... e con dietro un libro, che rimanda a storie e racconti)
Questo vino cileno è presentato ghiacciato (“blasfemia”… per un buon vino rosso italiano), con dietro un libro, che rimanda a storie e racconti (storytelling).

Nella mia tesi, parto dal presupposto che il vino è un prodotto di consumo fortemente legato alla sensibilità, ai valori e alla cultura: valori intangibili. Specialmente in Brasile, quinto consumatore mondiale di vino già dal 2009 (con + 58% dell’inport di vino italiano nel 2011 ), la crescente classe media è da considerare il segmento più interessante per questo business. Credo quindi sia assolutamente importante, per un etichetta vinicola italiana, distinguersi in questo intangibile, l’immaginario.

Siamo di fronte ad una segmentazione di pubblico che non ha un gusto affinato nel consumare bevande. Faccio un parallelismo con la stra-consumata birra. Quello che la pubblicità distacca di più di una birra, non è il gusto, ma principalmente che sia “geladissima”, cioè ghiacciatissima. Che caratterisitica della marca è questa? Più del frigorifero dove era custodita la bevanda…

Il vino importato più consumato in Brasile è il cileno Casillero del Diablo (in foto). Si trova anche in Italia, l’ho visto sugli scaffali dell’Esselunga. Il vino è buono e si distacca anche per il turbinio di storie che accompagnano questa etichetta. I consumatori brasiliani di  Casillero del Diablo parlano di leggende, del diavolo che proteggeva le botti di questo prezioso vino cileno, etc… Riassumento in una sola parola di marketing: storytelling.

Il raccontare storie, lo storytelling,  è uno dei migliori strumenti per entrare nell’onda del passaparola. Lo penso e lo ribadiscono imminenti libri di business americani, come Made to stick. Credo che per le caratteristiche del popolo brasiliano questo strumento sia ancora più efficace che in Europa.

Un produttore di vino Italiano deve seriamente cercarsi un responsabile marketing di zona, sia per il trade marketing con i distributori, sia per gestire l’immagine pubblica, lo storytelling, che alimenti l’aurea intangibile, dei valori, attorno alla propria etichetta in Brasile. Poi lavorare al mantenimento del cliente, con l’indiscutibile qualità del suo prodotto.

Altrimenti con il brasiliano medio, si rischia di non essere distinto da un qualsiasi Lambrusco da 14 R$, sul lungo scaffale di un supermercato brasiliano. Così è anche per l’olio extra vergine di Oliva europeo: sia portoghese, spagnolo, greco o italiano… è quasi lo stesso per il consumatore medio. Ha l’aurea di essere europeo, quindi è buono: basta.

Una vigna in Brasile
Una vigna nel sud del Brasile

Se vuoi idee di marketing sul Brasile, contattatemi su Fromlu.

Guy Debord e l’alienazione on line


post_ITGuy Debord  fu uno scrittore, regista con 6 film all’attivo e filosofo, nato in Francia nel 1931. E’ interessante e moderno il suo pensiero, ne riporto una frase che definisce cosa sia lo spettacolo: un rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini.

Di questo passo, credo di poter definire oggi internet e i social networks come uno spettacolo, in forte espansione. Internet non si basa più sulle parole, tutti l’hanno capito e ci stanno puntando gli investimenti del futuro. Facebook ha acquistato Instagram. Google ha invece comprato Snapseed, l’azienda che ha realizzato una app famosa per il fotoritocco. Per non parlare di Pinterest, che è diventato il quarto sito con maggiore traffico nel mondo in soli due anni. Queste sono alcune linee delle interessanti considerazioni fatte da Pietro Pannone su questo sito, riguardo all’internet delle immagini.

Tornando a Guy Debord, il pensatore francese asseriva che é  lo spettacolo il responsabile dell’alienazione odierna dell’uomo, lo allontana dal libero sviluppo delle sue facoltà naturali. Possiamo quindi accendere un campanello di allarme su internet e le sue  responsabilità di alienazione umana? Io lo accenderei di sicuro per i social networks.

Due formule per avere un brand forte


Sto leggendo due libri sulla gestione del brand molto interessanti.

Il target di questo post è aiutare piccole aziende a sapersi muovere nel mondo del marketing. Quindi non do per scontato nulla: cosa si intende per brand?
Brand è il valore intangibile che può avere la mia azienda nella testa delle persone. UN esempio: può esistere un ristorante “A”, in cui la gente fa la fila per prenotare un tavolo, ed un altro ristorante “B”, a pochi isolati nella stessa città, che pur valendo monetariamente di più per strutture e personale, non ha cliente fedeli e disposti a fare la fila come nel ristorante concorrente. Come mai?
Perchè i consumatori sono particolarmente fedeli a Coca-Cola, meno a Pepsi?
Dipende da avere un branding forte, dall’essere diventati simboli, risvegliare emozioni e valori, sottolineare differenze di classe, di personalità, a cui le persone tengono.

Il libro brasiliano “Os 4 Es de Marketing e Branding” (“le 4 E del marketing e branding”, di Augusto Nascimento e Robert Lauterborn), è interessante sia perchè racconta la nascita e le trovate di marketing dei più grandi brand del mondo, sia perchè fornisce alla fine una ricetta per poter far crescere il valore di una marca. Credo sia applicabile anche all’alimentari dell’angolo…

Con le “4 E”, gli autori suggeriscono di:

  • Entusiasmare i propri dipendenti;
  • Incantare (in portoghese inizia com la E: “Encantar”) i propri clienti;
  • “Enloquecer” – far impazzire la concorrenza;
  • Arricchire tutti (un concetto in linea con il marketing 3.0 di Kotler).

Come  implementare nello specifico queste 4 azioni? Con un video nei prossimi giorni approfondirò meglio i 4 punti.

Sul fronte europeo, un altro libro è lettura stimolante per la questione brand.
Si chiama “Power Brands”, di Jesko Perrey e Marco Mazzú.

Di questo libro sono solo alle prime 100 pagine, delle 370 complessive, ma già si può carpire una “formula”. Per gli autori, i tre fattori di successo della marca sono una combinazione di:

  • Art (combinazione di benefici razionali e emozionali, coerenza e creatività nella comunicazione),
  • Scienze (controlli e ricerche di mercato costanti),
  • Craft (gestione del brand a livello di top management e amore per i dettagli eccellenti). Sono ben approfonditi gli esempi che si trovano nelle pagine, com marche come Ikea o Nivea.

Anche di questa triade (art, scienze e craft) approfondirò. Sicuramente nell’art rientrano le arti narrative, lo storytelling, che sta diventando una parola molto usata in pubblicità e marketing. Ne ho approfondito qui, con un Podcast, sul significato di fare storytelling per il business.

Spero di aver scritto cose utili. Alla prossima.